24
maggio

Manchester, quando i nostri tweet aiutano l’ISIS

Non è una frase fatta, ma il terrorismo che abbiamo imparato a conoscere negli ultimi anni non sarebbe così com’è se non fosse per internet. Il modus operandi, gli obiettivi e persino gli orari scelti per gli attacchi sono funzionali al modo con cui la notizia della strage verrà diffusa: prevalentemente – e in primo luogo – online.

Disclaimer: questo non è un post sui mali della rete e sull’esigenza di un controllo totale del web.

Ad esempio, ritengo alquanto discutibile l’ipotesi per cui basti essere un po’ nerd e googlare video di propaganda in cameretta per “auto-reclutarsi” nell’ISIS e decidere di farsi saltare in aria (ipotesi sulla quale SkyTG24 sta portando avanti una massiva campagna pro censura preventiva da settimane, inserendo lo stesso servizio in ogni edizione del giornale h24).

Al contrario, però, è innegabile che le tecniche utilizzate dall’ISIS sembrano essere studiate per un mondo dove internet è il principale mezzo di comunicazione. Pensiamo alle modalità con cui gli attacchi vengono annunciati, raccontati e si inscrivono nella memoria collettiva e personale. L’attentato di Manchester ne è soltanto l’ultimo esempio. Vediamo.

È (ovviamente) grazie ad internet se i primi a sapere dell’attacco erano quelli che stavano scrollando il feed di Facebook e Twitter nell’area di Manchester. Le stesse persone che hanno visto per primi anche quei terribili filmati delle ragazzine impaurite e del fuggi fuggi generale (questa volta, per fortuna, sono mancati i video dei corpi dilaniati).

Molti utenti poi hanno ricondiviso questi video nei minuti immediatamente dopo l’attacco, oppure hanno retwittato le prime breaking news, cioè i primi frammenti di notizie per definizione imprecisi e non definitivi.

Il risultato è stato, come durante tutti gli ultimi attentati, una enorme bolla di disinformazione che viaggiava sui due social principali, dove il mood prevalente era ansia e sensazione di impotenza davanti ad un flusso incontrollato di informazioni (terrore, appunto). Un corticircuito comunicativo dove vengono meno le due principali caratteristiche che dovrebbe avere una notizia:

  1. riportare quanto più possibile il vero (impossibile se le notizie provengono da chi non ha il tempo o il dovere – in quanto utente e non giornalista – di confermare le fonti)

  2. fornire informazioni utili alla comunità (impossibile se i messaggi delle forze dell’ordine si confondono all’interno del flusso informativo)

Dinamiche queste che i terroristi conoscono bene, ed è per questo che l’ISIS vince ogni volta che il nostro stream personale di notizie (quello che compare sui nostri smartphone mentre siamo nelle nostre case) diventa un film dell’orrore e ci spinge a registrare o condividere video di corpi mutilati.

Video e foto spaventose (e non informazioni utili) si diffondono su scala globale in pochi minuti, ingigantendo appunto la bolla di incertezza e di terrore.

Oggi il terrorismo vince anche quando riesce a modificare il nostro comportamento online, rendendolo irrazionale: che senso ha mettere like ad una notizia che ci terrorizza? Perché così tanti dirette video che non servono assolutamente a nulla durante e subito dopo gli attacchi? (Wired ha pubblicato una guida su come essere un bravo utente durante un attentato).

Ma ancora, dove finisce il diritto di parola e comincia quello all’informazione? Quale è il confine fra i media tradizionali, che devono rispettare una serie di vincoli e standard di qualità, e i media personali dove tutto (o quasi) è concesso?

Internet è un posto straordinario, e – come anche la TV o i giornali – le cose orribili rappresentano soltanto una minima parte rispetto a quelle bellissime. Ma fintanto che avrà questa forma qui, bisognerebbe cominciare a chiedersi cosa è davvero utile agli utenti. Almeno durante un attentato.

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