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Parte la consultazione UE sulle piattaforme web. Ma attenti ai bias!

Quando si indice una consultazione pubblica è bene che lo si faccia nel modo migliore: se chiedi al cittadino come la pensa, uno sforzo nella redazione delle domande è richiesto anche al legislatore.
Gli errori più diffusi nei sondaggi — e l’abbiamo detto tante volte su questo blog — sono infatti quelli commessi da chi le domande le elabora, le sceglie e decide come sottoporle al campione.
Prendiamo l’ultima consultazione pubblica promossa dalla Commisione UE sulla regolamentazione delle piattaforme online, ovvero quei servizi web che utilizziamo ogni giorno per comunicare (Whatsapp, Messanger), informarci (Google News, Flipboard), guardare video (Netflix, Infinity), fare acquisti (eBay, Amazon) e comparare prezzi e offerte (Booking, Expedia).
Intanto una consultazione è più di un sondaggio, perché collabora ad una decisione politica, ed è dunque ancora più importante eliminare le ambiguità sulle parole.
Per “piattaforma”, la Commissione, intende “un’impresa operante su mercati bilaterali o multilaterali che utilizza Internet per consentire interazioni tra due o più gruppi distinti ma interdipendenti di utenti al fine di generare valore per almeno uno dei gruppi. Alcune piattaforme si qualificano anche come prestatori intermediari di servizi”.
Una definizione che lascia a desiderare: non vengono fornite indicazioni su cosa sia una piattaforma “operante su mercati multilaterali”, su cosa renda un’azienda online un intermediario, e che cosa si intenda per interdipendenza. Forse è proprio per questo che la stessa Commissione ci chiede (come prima domanda!) se siamo d’accordo con la sua definizione (qui un articolo che approfondisce i rischi legati ad un’errata definizione).Press enter or click to view image in full sizeSe si scorre il questionario è impossibile poi non notare la presenza dell’errore fondamentale dello sperimentatore: tanta era la voglia di vedere la propria tesi confermata dal campione (e cioè che le piattaforme necessitano di ulteriori strati di inutile burocrazia regolamentativa), che alla fine le domande sembrano scritte apposta per spingere a rispondere in un certo modo. Non solo, alcuni quesiti, posti strategicamente all’inizio della consultazione, influenzano, per l’importanza del tema trattato, la risposta a quelli successivi (effetto primacy).
È evidente, in questo caso, che manchi un’introduzione o comunque una domanda che ci chieda, prima di tutto, se abbiamo mai riscontrato problemi relativi alla trasparenza delle piattaforme online. Si parte dal presupposto che chiunque abbia avuto almeno un’esperienza simile, ignorando il fatto che se il Web fino a questo momento “ha funzionato” è proprio perché auto regolamentazione e Better Regulation bastavano.
Si è portati a rispondere “sì”, perché “spinti” dal framing del questionario: in condizioni di mancanza di interesse, poca expertise o semplice disattenzione, il cervello si muove verso lo sforzo congnitivo minore, e si lascia trascinare dalle informazioni immediatamente disponibili (acquiescence bias) — in questo caso, le informazioni implicite contenute nelle domande. (Altro problema: quasi tutto il questionario richiede una conoscenza del settore abbastanza approfondita. Alla faccia della consultazione pubblica…).
Sarebbero poi da evitare domande complesse nel lessico e nei contenuti, tipo questa:Press enter or click to view image in full sizeEd è sconsigliabile fornire categorie di risposta insufficienti, ad esempio una risposta “sì — no” quando una scala nominale sarebbe più appropriata, oppure “forzare” il partecipante a rispondere senza offrire le opzioni “non so” o “non voglio rispondere”.
Insomma abbiamo individuato gli errori, adesso però è importante rispondere alla consultazione: il futuro dell’economia dell’Unione dipende anche da questo (qui alcuni dati sull’importanza delle piattaforme per le pmi italiane), e tutti, studenti, stakeholder, aziende e startup possono dare il loro contributo.
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