Empowerment è la parola d’ordine. Lo diciamo da un pezzo: il problema della disinformazione (per favore, non parliamo di “fake news”) non avrà mai una soluzione. Quel che possiamo fare — noi addetti ai lavori — è fornire un’alternativa “sana” a quei pochi (ci sono, ci sono) che ancora approfondiscono i fatti. Troppo facile, sarebbe infatti una legge che scivoli nella censura e che scarichi le responsabilità sui privati, sui regolatori e sulla politica. Quel poco che si può fare lo devono fare gli stessi media: quelli capaci si impegnino a spiegare (più che smascherare) le “fake news” (non le bufale); i network di disinformazione (Stroppa, Iacoboni e co.) e allertino invece la politica che deve rispondere (lo ripetiamo per l’ennesima volta) con le politiche (“policies” direbbero gli inglesi). Però, visto che la situazione dei supposti media “autorevoli” in Italia è la seguente: Con Repubblica che dopo l’intervento di Renzi alla Leopolda parla di legge (mai citata da Renzi, anzi esplicit...