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Come combattere le fake news? Dando potere a chi legge

Empowerment è la parola d’ordine. Lo diciamo da un pezzo: il problema della disinformazione (per favore, non parliamo di “fake news”) non avrà mai una soluzione. Quel che possiamo fare — noi addetti ai lavori — è fornire un’alternativa “sana” a quei pochi (ci sono, ci sono) che ancora approfondiscono i fatti.

Troppo facile, sarebbe infatti una legge che scivoli nella censura e che scarichi le responsabilità sui privati, sui regolatori e sulla politica. Quel poco che si può fare lo devono fare gli stessi media: quelli capaci si impegnino a spiegare (più che smascherare) le “fake news” (non le bufale); i network di disinformazione (Stroppa, Iacoboni e co.) e allertino invece la politica che deve rispondere (lo ripetiamo per l’ennesima volta) con le politiche (“policies” direbbero gli inglesi).

Però, visto che la situazione dei supposti media “autorevoli” in Italia è la seguente:

Con Repubblica che dopo l’intervento di Renzi alla Leopolda parla di legge (mai citata da Renzi, anzi esplicitamente negata sul palco) sulle “fake news”. Legge che però non è stata, finora, depositata e parla comunque di tutt’altro (come dice la stessa Repubblica versione online, solo qualche ora più tardi: “La legge sulle fake news che non parla di fake news”).

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Intanto, qualche ora dopo…

E’ chiaro come tutto il dibattito italiano sia un enorme non sequitur.

Noi, di Mediabias, vi consigliamo, invece, il pezzo del New York Times sulla riforma fiscale di Trump come buon esempio di antidoto reale alle fake news e ai bias dei giornali (ricordiamo come il NYT abbia più volte ribadito di vedere Trump come un pericolo per la democrazia americana):

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  • Approfondimento dei dati superiore allo stesso Ufficio Bilancio del Congresso;
  • Assenza di qualsiasi tipo di allusione politica alla discussione in corso, Trump non è MAI letteralmente citato;
  • Talmente privo di pregiudizi politici, che slega la riforma fiscale di Trump dai successivi tagli sulla sanità di Obama che ci saranno per forza, e che sono il cavallo di battaglia liberal sul tema (Krugman e gli altri editorialisti stessi del NYT);
  • Rigore e originalità metodologica da paper accademico, praticamente.
Nessuna illusione, sia chiaro.
La disinformazione è un tema attuale, dirimente, del passato, del presente e del futuro, ed è un tema che non si risolve soltanto grazie poche ottime pubblicazioni. Non basta il New York Times, insomma, che assieme ad altri giornali e network è stato letteralmente travolto l’anno scorso proprio dall’ondata di sfiducia che permea sia l’elettorato che il lettorato statunitense. Non è un caso che il Presidente degli Stati Uniti in carica sia uno che bollina tutto ciò che non gli aggrada come fake news.
Qui a Mediabias però crediamo che l’unico modo serio di combatterla, questa benedetta disinformazione, sia proprio un progressivo empowerment. Contro le opinioni basate sul nulla, dare potere al lettore di costruirsi la sua. Proprio come ha fatto il NYT sulla tanto discussa riforma fiscale di Trump. E poi quel che sarà, sarà.