Articolo pubblicato su L’Unità del 28 gennaio 2016
L’Erinaceus europaeus è la specie più comune di riccio che calca i sottoboschi e i manti erbosi del nostro continente, compresi quelli di Schengen. E’ un mammifero grazioso, caratterizzato dal classico manto zeppo di aculei, lo strumento principale che l’evoluzione gli ha donato per difendersi da pericoli e aggressioni esterne. Quando il riccio avverte la presenza di qualcosa (o qualcuno) attorno a lui che potrebbe dargli dei problemi, si chiude immediatamente su se stesso, facendo dei suoi aculei una barriera impenetrabile. Una tattica che però non si rivela sempre efficace. Quando, ad esempio, si trova ad attraversare una strada trafficata, la paura è così forte che il riccio, invece di cercare una soluzione che lo salvi, si ferma e si appallottola tutto. E fa una brutta fine.
Spesso ci comportiamo così anche noi umani. Pur non avendo aculei che possano difenderci, di fronte ad un evento travolgente e incontrollabile preferiamo “chiuderci a riccio”. Magari lasciando che ci pensi qualcun altro al posto nostro. È una reazione istintiva, una scelta che non necessita di un ragionamento lungo, tortuoso e razionale, in quanto figlia di una rapida reazione euristica, viziata da un bias dell’emozione. Elaborare una soluzione alternativa costa tempo e fatica, e abbiamo l’impressione che ci rubi secondi preziosi che potremmo utilizzare per barricarci. Ed è così che troppo spesso facciamo la decisione sbagliata.
I paesi che in questi giorni spingono per la sospensione del trattato di Schengen, e cioè per la fine della libera circolazione in Europa, fanno un po’ come l’Erinaceus Europaeus. Lo stesso — anzi, forse peggio — quelli che hanno già provveduto autonomamente ad erigere muri e a reintrodurre i check-point ai confini, credendo di poter fermare una vera e propria marea umana soltanto con l’aiuto di barriere fisiche. Alla ricerca di una soluzione razionale si preferisce alzare velocemente barriere, proprio come fa il riccio. Il risultato è che il peso dell’enorme flusso di persone si scarica soltanto su quei paesi — Grecia e Italia — che per la loro posizione geografica rappresentano il primo punto di approdo per i rifugiati.
La paura che serpeggia fra i cittadini, alimentata dalle recenti vicende parigine e da un reiterato allarme terrorismo, ha finito per contagiare anche i legislatori di paesi solitamente molto civili come Danimarca e Svezia. Un appallottolamento “a riccio” che tradisce lo spirito fondativo stesso dell’Unione Europea.
La paura che serpeggia fra i cittadini, alimentata dalle recenti vicende parigine e da un reiterato allarme terrorismo, ha finito per contagiare anche i legislatori di paesi solitamente molto civili come Danimarca e Svezia. Un appallottolamento “a riccio” che tradisce lo spirito fondativo stesso dell’Unione Europea.
Un cedimento strutturale della politica ai bias dei media e dell’opinione pubblica. Insomma, una reazione emotiva e poco razionale. Basta guardare ai dati forniti da Guntram Wolff, direttore del think tank Bruegel: soltanto per i 1,7 milioni di lavoratori transfrontalieri la fine di Schengen potrebbe costare fra i 3 e i 4 miliardi di euro. Così come salirebbero i costi per la sorveglianza delle infrastrutture di confine, non solo quelli esterni (che pure andrebbero controllati meglio, già ora): la sola Danimarca finirebbe a spendere 50 milioni di euro all’anno per controllare solo il ponte che la collega con la vicina Svezia, mentre per la Germania, con le sue 9 frontiere, il costo salirebbe fino a 100 milioni di euro ogni anno.
Non proprio numeretti: sicuri di voler fare come il riccio di Schengen?
(Articolo scritto insieme a Nicolò Scarano)