Passa ai contenuti principali

Le Emoji ci rendono incapaci di comunicare?

Ad oggi si contano ben 1282 caratteri Emoji disponibili all’interno dei diversi sistemi operativi e delle diverse piattaforme digitali. L’evoluzione delle “faccine” (le vecchie emoticon) possono sembrare strumento di comunicazione banale, ma oramai rappresentano a tutti gli effetti una parte importante di come funzionano i servizi online che utilizziamo ogni giorno.
Secondo la rivista scientifica PLOS ONE, soltanto l’anno scorso ne sono stati inviati più di 10 milioni su Twitter, e circa la metà dei post di Instagram è composta da uno o più Emoji.
Secondo la BBC, è un nuovo linguaggio a tutti gli effetti che continua a crescere in termini di complessità e nel numero dei caratteri unici. E’ di pochi giorni fa infatti la notizia che nei prossimi mesi
Android implementerà nei suoi smartphone altri 74 nuovi Emoji, che si andranno a sommare agli 879 già certificati dall’Unicode Technical Committee (una commissione che ha il compito di decidere cosa può essere un carattere informatico e cosa no).
Eppure, nemmeno un migliaio di caratteri nuovi e (in teoria) più espressivi delle normali lettere dell’alfabeto riescono ancora a rendere le conversazioni via chat “empatiche” quanto quelle dal vivo.
In un recente studio, i ricercatori della University of Minnesota hanno rilevato importanti discrepanze nel modo in cui le persone interpretano le Emoji che comunicano le emozioni di base. Gli utenti, infatti, spesso pare non si trovino affatto d’accordo se uno stesso carattere rappresenti o meno un’emozione positiva.
La situazione si complica quando dall’altra parte dello schermo c’è qualcuno che utilizza un altro sistema operativo o un’app diversa. Spesso i grafici esagerano a prendersi licenze artistiche, e i simboli finiscono per significare cose completamente diverse fra un player e l’altro.Press enter or click to view image in full sizeAd esempio, l’Emoji che rappresenta “un sorriso sogghignante” conta ben 17 versioni diverse che, secondo i ricercatori, spesso vengono interpretate in maniera completamente differente l’una dall’altra.
Uno studio sul sentiment di Twitter condotto dalla Stanford University addirittura raggruppava l’Emoji sotto la categoria “paura”.
Ma cosa possiamo fare allora per ridurre al minimo i blackout comunicativi nelle nostre conversazioni? Sebbene dare la colpa agli ingegneri rimanga ancora la soluzione più semplice ed efficace, spetta comunque all’utente prestare attenzione a ciò che scrive. Anche se ci sono degli algoritmi di mezzo, “la comunicazione non è mai quello che diciamo, ma quello che arriva agli altri” (Thorsten Havener).
emoji
emoji