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Sistema 2 in Catalogna

 L’alta partecipazione al referendum in Catalogna e la prevedibile vittoria del “Sì” (oltre il 90% dei voti, al netto delle irregolarità che ne hanno caratterizzato lo svolgimento) ha decretato ancora una volta, almeno nelle questioni che riguardano la cosa pubblica, la vittoria dell’istinto e della passione sul calcolo e sul compromesso.

Abbiamo imparato che quando siamo poco informati su un problema da risolvere, preferiamo adottare soluzioni semplici e immediate piuttosto che lunghe e complesse. Colmare le lacune informative richiede infatti tempo ed energie cognitive, che non sempre siamo disposti a spendere, soprattutto quando le conseguenze delle nostre decisioni non sono immediatamente percepibili.

Gli ultimi a trovarsi con un problema da risolvere in poco tempo e con poche informazioni disponibili sono stati i catalani, chiamati a votare sul futuro della loro regione, del loro paese e forse dell’Unione Europea. Una bella grana.

Ma perché ci permettiamo di dire che più di 3 milioni di persone sono andate a votare sapendone poco o nulla su quello che stavano per fare? Perché, tanto per cominciare, è mancata completamente una campagna elettorale dei contenuti, da entrambe le parti.

Se da un lato gli indipendentisti non hanno saputo presentare un piano a lungo termine convincente (cosa fare nel day-after, come impostare il rapporto con Madrid dopo la secessione e come raggiungere - davvero e con numeri alla mano - l’indipendenza), dall’altro il governo centrale non ha saputo spiegare in modo chiaro le ragioni del “No” e l’impossibilità della soluzione Catalexit: il pericolo di collasso economico (più per la Spagna che per la stessa Catalogna), il futuro incerto di uno stato non riconosciuto dal resto del mondo, i pericoli sociali di un paese spaccato in due.

Gli stessi strumenti utilizzati dalle due parti per far valere la propria visione si sono rivelati istantanei, superficiali e sbrigativi: il governo autonomo della Catalogna ha chiesto ai suoi cittadini di decidere fra due modi di intendere la politica e l’economia di una macroarea con una crocetta, su schede elettorali spesso stampate a casa, provando peraltro a rinchiudere la complessità di ciò che ci aspetta nei prossimi giorni all’interno di una frase di 11 parole. Madrid, più semplicemente, ha ceduto alla violenza.

Ritorniamo quindi al punto di partenza: come ci comportiamo quando ci viene chiesto di decidere in maniera secca su questioni di cui sappiamo poco e male? Semplice, lasciamo che siano le emozioni a guidare i nostri comportamenti.

Il Sistema 2 interviene infatti quando la linea politica e la strategia a lungo termine mancano. In questo caso le emozioni sono quelle dell’antico e fortissimo sentimento identitario dei catalani, e dell’altrettanto forte astio nei confronti della Capitale. Il 90% è quindi garantito: il “sogno” dell’indipendenza viene venduto facilmente, basta rispondere ad un un semplice quesito. Rapido, sbrigativo, apparentemente indolore: Sì o No?

La tentata Catalexit (e quel che ne sarà) è stata molto più un vero e proprio “richiamo alla folla” che una costruzione politica coerente. Una folla che però non va colpevolizzata, poiché si è nutrita proprio degli slogan e delle soluzioni “magiche” che hanno occupato il vuoto lasciato da una politica che dovrebbe essere in grado di mettere in campo soluzioni serie e comprensibili.

Il popolo diventa folla quando e perché la politica non esiste, insomma, e non il contrario. E quando la politica non esiste, non può che affidarsi alle euristiche. Se è vero quindi che un referendum ha come obiettivo quello di chiamare il popolo a decidere su questioni complesse utilizzando una procedura rapida, è anche vero che il compito della politica è appunto prendersi la briga di spiegare le complesse questioni di oggi. A tutti.