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Dimmi cosa leggi e ti dirò chi sei

Un recente studio condotto durante la campagna elettorale del 2017 nel Regno Unito ha provato a collegare alcuni comportamenti degli utenti dei social network alle loro conseguenze all’interno del dibattito pubblico che si svolge online. Nello specifico, la ricerca individua nella condivisione di notizie pubblicate dai popolarissimi tabloid inglesi (troviamo un corrispettivo nostrano) un pericolo per la funzione democratica che svolgono i social network.
Lo studio, unico nel suo genere, aggiunge alla discussione sulla disinformazione online e fake news un nuovo quadro teorico e un metodo di analisi che integra ai dati dei sondaggi l’analisi dei comportamenti di condivisione delle notizie sui social. Gli autori giungono infatti alla conclusione che “esistono affinità elettive tra le notizie dei tabloid e comportamenti inconsapevoli che contribuiscono a diffondere disinformazione sui social media ”. In poche parole, la lettura di articoli pescati dai rotocalchi è un importante fattore predittivo di ambienti online che gli studiosi definiscono “democraticamente disfunzionali” (sul ruolo attivo dei giornalisti dei tabloid nell’influenzare il dibattito si era già interrogato il NYT dopo la Brexit).
Secondo gli autori dello studio, i tabloid britannici influenzerebbero negativamente la qualità della vita civica sui social media poiché contribuiscono a creare un contesto fertile per la disinformazione. Durante la campagna elettorale del 2017, due terzi (67,7%) degli intervistati hanno ammesso di condividere notizie problematiche sui social media, il che dimostra che questo fenomeno è tanto diffuso quanto consapevole. Interessante è anche vedere nel dettaglio le motivazioni alla condivisione dove sono stati identificati 3 cluster principali: “intrattenere/trollare”, “creare dibattito”, “persuadere/informare”.
Altro dato importante: lo studio mette in luce come più gli utenti condividono su Twitter articoli presi dai tabloid, e più è probabile che lo facciano per diffondere notizie esagerate o inventate (ne abbiamo parlato anche qui). Allo stesso tempo, non è stata individuata alcuna relazione tra questo comportamento “democraticamente disfunzionale” e la condivisione di notizie da altre fonti come giornali autorevoli, broadcaster tradizionali, notizie internazionali, e (addirittura) la controversa emittente di stato russa, RT.
Il dibattito sulle fake news si concentra giustamente anche sugli sforzi di cercare una soluzione riaffermando i valori del giornalismo professionale. Eppure, come mostra questo studio, esistono in UK (ma gli esempi non mancano neanche in Italia) diverse “falle”, corrispondenti proprio a quei media professionali (vecchi, nuovi o “riadattati” all’online) che hanno in realtà un ruolo significativo nella creazione di ambienti “poco democratici” (ribaltando quindi quelle prospettive che vogliono le piattaforme come unico responsabile dell’aumento dei contenuti che generano disinformazione).
L’informazione vecchio stampo, insomma, prima di condannare “la Rete”, si guardi allo specchio. Capirebbe che per migliorare l’aria può partire proprio dall’aprire una finestra su sé stessa.