
Se si esclude l’attacco alla metropolitana di Madrid del 2004 e quello di Londra del 2005, dove hanno perso la vita rispettivamente 191 e 52 persone, è nel 1989 che si è verificato in Europa l’ultimo attentato con più di 50 vittime.
Gli altri attentati più “famosi” furono nel ’98, quando l’IRA rivendicò la strage di Omagh in Regno Unito (il bilancio fu di 28 vittime), e nel 2011, quando l’estremista di destra Anders Behring Breivik fu responsabile delle stragi di Oslo e dell’isola norvegese di Utøya (dove morirono in totale 77 persone).
Anche il numero dei morti per terrorismo ogni anno è diminuito dagli anni ’70 ad oggi. Dal 1995 al 2005 è soltanto negli anni dell’attacco alla metro di Madrid e della strage in Norvegia che si supera il numero di 100 vittime totali fra tutti i paesi europei. Dal 1975 al 1995, invece, non c’è stato anno con meno di 100 vittime dovute ad attacchi terroristici.
Certo, quello dell’ISIS e di Al Quaeda non è lo stesso terrorismo delle BR in Italia, dell’IRA in Gran Bretagna o delle altre formazioni estremiste di matrice politica attive negli anni ’70 e ’80. Il modus operandi, la scelta degli obiettivi e dei luoghi sono diversi, così come il messaggio che i terroristi cercano di veicolare con le stragi.
I numeri però sono chiari: rispetto agli “anni di piombo” e del terrorismo politico le città europee sono più sicure.
Eppure, l’impatto emotivo della tragedia di ieri ci spinge ad accogliere positivamente gli appelli a “chiuderci dentro”, a fare dell’Europa fortezza, o a sacrificare la nostra privacy sull’altare della guerra al terrore.
Di fronte alle foto dei morti e dei feriti non c’è tempo né spazio per le statistiche, e si risponde ai problemi con l’istinto e l’irrazionalità. Un bias dell’emozione di cui abbiamo parlato anche in riferimento all’emergenza migranti.
Eppure, statistiche come questa qui meriterebbero di essere pubblicate da tutti i giornali sulle prime pagine, proprio accanto alle foto degli attentati. La ricostruzione dell’Europa non può che partire dal calcolo e dalla razionalità, ed è sui numeri veri che si dovranno basare le politiche della sicurezza dei prossimi anni.