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I sacchetti, l’università: costi visibili e invisibili delle proposte elettorali

La campagna elettorale è entrata nel vivo da qualche giorno e sono già due i “temi” che, per le polemiche che si sono lasciati dietro, sono stati consacrati a meme sia del mondo online che di quello offline.
Il primo non riguarda neanche una promessa, ma un provvedimento vero e proprio. Parliamo dei sacchetti biodegradabili per frutta e verdura, che dovranno, da quest’anno, essere pagati alla cassa del supermercato, e della rivolta (per ora solo virtuale, poi vedremo) che hanno scatenato.
Il secondo riguarda invece la proposta lanciata da Pietro Grasso di “abolire le tasse universitarie” in toto e per tutti (poi verrà chiarito che non sarà esattamente così, che ci sarebbe stata una progressività ecc. ecc., ma il sunto è quello). Un’idea che, bisogna riconoscerlo, ha avuto il merito di fare breccia nell’opinione pubblica e monopolizzare per un po’ il dibattito politico.
I due temi sono apparentemente scollegati, ma interessanti per un motivo analogo e opposto. Il primo rende visibili ai cittadini costi che prima erano invisibili (quelli per i sacchetti da pagare alla cassa), mentre la seconda, al contrario, elimina un costo visibile (le tasse) e — almeno così com’è messa — non tocca quelli invisibili, della vita quotidiana degli studenti, soprattutto fuorisede.
Il provvedimento sui sacchetti biodegradabili, infatti, nato da un’adozione di una Direttiva europea da parte del Governo che doveva — in teoria — passare in maniera innocua e inosservata, ha avuto l’effetto di rendere esplicito, visibile, un costo (fra i 4 e i 12€ all’anno, si stima) per le famiglie, un costo che prima si credeva — erroneamente — inesistente.
Secondo Assobioplastiche, metà del costo sostenuto “rientrerà”, visto che i sacchetti (costo visibile) possono essere riutilizzati per la raccolta differenziata dell’organico (costo invisibile). Gli altri (enormi) costi invisibili che si andrebbero a ridurre con il provvedimento riguardano più genericamente i danni causati dall’inquinamento marino, sebbene al momento non ve ne sia una stima precisa in rapporto alla sola Italia.
L’abolizione delle rette universitarie, invece, dà l’impressione — quanto efficace in termini elettorali è tutto da vedere — di eliminare l’unico costo visibile di accesso agli studi universitari. Ma allo stesso tempo la proposta lascia intatti — almeno presa singolarmente — tutti quelli che sono i costi nascosti (ma pesantissimi) dell’andare all’università.
Secondo il rapporto annuale Federconsumatori infatti gli studenti che appartengono alla II fascia di reddito costano ai loro genitori 1.425,63 euro annui fra tasse, trasporti, mensa e materiale didattico. Quelli della III, invece, costano 1.668,82 euro. Gli studenti fuorisede della II fascia costano alle loro famiglie 9.415,70 euro all’anno, poiché alle spese di cui sopra si aggiungono affitto (in stanza singola), bollette, alimenti etc. Quelli fuorisede di III fascia, invece, costano 9.658,89 euro.
In questo vecchio ma interessante articolo di USNews viene fatto un calcolo molto dettagliato degli “hidden costs” che affrontano gli studenti dei più importanti college americani, il cui stile di vita è più o meno paragonabile a quelli dei nostri fuorisede. Edvisor permette di scaricare invece una checklist delle spese accessorie per poter calcolare il “costo reale” di una facoltà. Insomma, come hanno fatto notare in diversi, la misura rischia di essere un regalo per quelle famiglie che possono permettersi questi costi “invisibili”, mentre ci saranno sempre moltissimi studenti che non saranno in grado di affrontare le spese “nascoste”.
Quella di puntare sui costi visibili è una vecchissima tecnica della comunicazione politica, che Thaler e Sunstein spiegano (scostandosi dagli economisti classici) facendo differenza fra rilevanza economica (rapporto oggettivo fra costi e benefici) e rilevanza psicologica (che va incontro a distorsioni ed errori).
I due autori spiegano questo fenomeno utilizzando l’esempio dell’auto usata: subito dopo che acquistiamo una macchina iniziamo a ignorare il suo prezzo di acquisto e diventano rilevanti per noi solo i costi di manutenzione. Quando paragoniamo i costi del viaggiare in taxi o in auto, paragoniamo il costo della benzina al prezzo della corsa in taxi, eliminando automaticamente dal calcolo quanto abbiamo pagato per la macchina in sé, o il tempo che dobbiamo passare concentrati a guidare per non farci del male.
Sarà quel secondo in più che dedichiamo a pensare a ciò che è invisibile a salvarci, forse, sia da un modo distorto che i media spesso hanno di dare le notizie che da una campagna elettorale, tipicamente corredata di proposte shock, che si preannuncia a dir poco elettrica.