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Perché non abbiamo bisogno di leggi contro le fake news

Ieri la Commissione europea ha proposto una serie di misure per affrontare il problema della disinformazione e della diffusione di fake news su internet. La Commissione identifica come fake news:

quella informazione rivelatasi falsa, imprecisa o fuorviante concepita, presentata e diffusa a scopo di lucro o per ingannare intenzionalmente il pubblico, e che può arrecare un pregiudizio pubblico.

Sebbene si tratti al momento soltanto di linee guida per le piattaforme e per il settore di riferimento (che potete consultare qui) troviamo già nella definizione del problema diverse criticità, ad esempio:

  • Non è chiaro cosa si intenda di preciso per informazione “imprecisa” (sono incluse le omissioni involontarie?) o “fuorviante”. Un argomento in grado di destabilizzare il sistema di valori e di credenze di un individuo non è detto che abbia lo stesso effetto su altri individui: a questo proposito, un recentissimo studio ha provato ad elaborare un modello in grado di identificare a priori potenziali target fra i soggetti più vulnerabili al rischio di venire influenzati dalle notizie false.
    Inoltre, una ricerca del 2017 condotta su 303.000 post di news diffusi dalle testate giornalistiche inglesi su Facebook nei 6 mesi precedenti il referendum su Brexit ha rilevato come le echo chamber entro cui le due fazioni (“Brexit” e “no Brexit”) tendevano a rinchiudersi spontaneamente prescindessero dall’ambiente “neutro” e “variegato” della conversazione pubblica generata dalle pagine monitorate. La polarizzazione — che deriva da posizioni pregresse — influenza quindi la percezione degli argomenti: chi è per la Brexit tende ad avere un’opinione negativa anche di temi come “euro” e “UE”. Secondo Walter Quattrociocchi e Antonella Vicini, autori del libro “Liberi di Crederci”, “queste stesse dinamiche si sono riscontrate anche in Italia, in relazione al Referendum Costituzionale del 4 dicembre 2016” includendo anche diverse fake news, fra tutte quella delle matite cancellabili.
  • Restano teoricamente fuori dalla definizione le notizie non diffuse a scopo di lucro, ovvero quelle pubblicate dai giornali che non basano il loro business sugli annunci pubblicitari e sulle subscription dei lettori. L’approccio follow the money (che si è rivelato vincente nella lotta alla pirateria) potrebbe non dare i frutti sperati nella lotta alle notizie false, soprattutto se si intende dichiarare guerra alla disinformazione con scopi politici, poiché eventuali committenti potrebbero facilmente eludere i controlli intestando la paternità delle fake news a realtà no profit e a loro non riconducibili.
  • Non rientrano nella definizione data dalla Commissione le notizie false pubblicate in maniera non intenzionale. Anche in questo caso resta da capire come distinguere le une dalle altre, specialmente se il compito verrà affidato agli algoritmi delle piattaforme. Bisognerà fare poi particolarmente attenzione al metro di misura che verrà utilizzato per identificare le fake news più rilevanti da “controllare”: se venisse ad esempio usato il numero delle condivisioni si commetterebbe un grave errore metodologico (ne abbiamo parlato qui).

Desta ancora più dubbi poi l’intenzione della Commissione di rendere responsabile di “controllare la disinformazione sul web” una rete di fact checker indipendente e transnazionale: affidare a qualcuno il compito di stabilire cosa è vero e cosa no non è mai una soluzione che va a vantaggio di chi le notizie le scrive o le legge, soprattutto se i punti evidenziati in precedenza non saranno risolti (ne parlava già in tempi non sospetti l’autorevolissimo CJR riguardo al sito di fact checking, Politifact, peraltro vincitore di un premio Pulitzer).

In generale poi il metodo del fact checking si rivela inutile quando si tratta di argomenti politici, come abbiamo raccontato qui.

Non meno infelici sono state invece le soluzioni e le proposte che coinvolgono altri tipi di “enti terzi”:

  • Chiedere alle piattaforme di verificare le notizie significherebbe di fatto applicare un controllo preventivo sui contenuti caricati dagli utenti. In pratica si concederebbe ad una società privata la possibilità (e l’obbligo) di censurare determinate informazioni diffuse sui loro prodotti. Non il massimo per la libertà di stampa…
  • Il “bottone rosso” della Polizia Postale voluto dal ministro Minniti ha scatenato addirittura la reazione di David Kaye, relatore speciale dell’ONU, secondo cui la soluzione di affidare il controllo delle notizie alle forze di polizia è “incoerente con i criteri di legalità, necessità e proporzionalità previste dalla Convenzione internazionale sui diritti civili e politici (ICCPR, art. 19, paragrafo 3), che protegge il diritto di ciascuno ad avere un’opinione senza interferenze e a cercare, ricevere e diffondere informazioni e idee di ogni tipo, senza confini e tramite ogni media” (da Valigiablu).
  • Ancora peggio soluzioni legislative ad hoc: l’annuncio di una proposta di legge francese per combattere le notizie false è secondo Reporter Without Borders fra le motivazioni che hanno spinto l’organizzazione a posizionare la Francia al numero 33 del Word Press Freedom Index del 2017, sotto a Namibia, Sud Africa e Ghana (l’Italia è 46esima).

Al contrario, varrebbe la pena concentrare gli sforzi sugli altri step individuati dalla Commissione: puntare sull’informazione di qualità e su campagne di media literacy sono al momento le soluzioni più efficaci in grado di “bonificare” il settore senza scontentare editori, piattaforme e lettori (per quanto possibile, visto la tendenza naturale dei lettori a polarizzarsi su determinate posizioni). Certo, si tratta di una strada più lunga e dispendiosa, e che richiede un grandissimo impegno da parte di tutti gli attori della filiera (lettori inclusi). Ma è di sicuro migliore di quella intrapresa al momento. E non ci vuole poi molto.