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Fake news ed echo-chambers, per gli esperti non sono un vero problema

Negli scorsi mesi ho avuto l’occasione di partecipare al primo lavoro realizzato dal team di Progetto #puntozero, iniziativa organizzata dal CRS e dal Centro Nexa del Politecnico di Torino e coordinata da Fabio Chiusi. Insieme con rappresentanti di partiti politici, agenzie di comunicazione, autorità indipendenti, piattaforme digitali, sindacati e giornalisti si è provato ad innescare una sorta di “dibattito a puntate”, sotto forma di laboratorio partecipato e incentrato sul tema delle campagne elettorali online (il nome dell’iniziativa era appunto “Persuasori Social”).
L’output del lavoro — un paper riassuntivo — riporta le posizioni sulle diverse tematiche toccate e le soluzioni proposte dagli interlocutori intervenuti sui temi di public policy emersi. Vale la pena riportarne quelli a mio parere più interessanti:
  1. La fluidità dei news feed e la sempre maggiore complessità e professionalizzazione delle attività di social media managing rende ad oggi impossibile distinguere in maniera netta la propaganda politica da altri tipi di discorsi, capaci a loro volta di influenzare l’opinione pubblica. Questo si sta già verificando adesso: dopo la stretta di Facebook sulle ads politiche, molti sono stati i casi di ban di pagine di news che sponsorizzavano post di notizie con l’ovvio scopo di informare, scambiato però dalla piattaforma come “campagna elettorale”.
  1. Dai lavori del progetto è emerso il problema — più complesso da risolvere — di come gestire anche tutti quei casi ambigui, come le pagine “unofficial”, i contenuti satirici e i memi che si inviano tramite le app di instant messaging. Fra le soluzioni individuate, invece, la possibilità di estendere il regolamento a tutti i tipi di ads, rendendo evidente il committente per ogni campagna pubblicitaria.
  1. Capitolo fake news. Tutti gli stakeholder che hanno partecipato al progetto si sono dimostrati scettici nel riconoscervi davvero una questione significativa. Se da un lato è stato infatti più volte rimarcato come si tratti piuttosto un sintomo della gravissima crisi del comparto informazione e formazione (e non di quello della rete), dall’altro quasi tutti si sono dimostrati concordi sul fatto che “i veri megafoni della disinformazione siano i vecchi mezzi di comunicazione di massa (in primis TV e giornali). Ancora una volta, la soluzione più auspicabile non è tanto legiferare (ne abbiamo parlato qui) quanto il favorire la formazione di quegli utenti — i giovani e gli anziani, soprattutto — più a “rischio disinformazione”.
  2. Di conseguenza, dalle riunioni emerge anche la sottostima del problema delle filter bubbles e delle eco-chambers. Due fenomeni, secondo gli esperti intervenuti, che esistono da sempre e che le nuove tecnologie non hanno di certo contribuito ad ingigantire. Al contrario, la rete fornisce a tutti la possibilità di entrare in contatto con molte più fonti e persone (e quindi contenuti) rispetto a prima.

Le “bolle” di pensiero sarebbero dunque molto più sottili e porose di quanto si creda, e non sono certo impermeabili al confronto e al dibattito. Insomma, anche in questo caso dai lavori emerge come il web si limiti a replicare schemi comportamentali e sociali già esistenti offline, incrementando però al contempo la velocità e le opportunità di informazione in generale.