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Regolare la disinformazione, è possibile?

Brevemente, tre personali spunti di riflessione a margine di un convegno organizzato alla Luiss su “Disinformazione in rete”:

  1. Giuseppe Abbamonte (CNECT, Commissione UE) ha ricordato il curioso caso della fake news del FT che vuole la Puglia come meta preferita dai turisti di tutto il monto e che ogni anno comincia a circolare in maniera virale verso gli inizi di giugno. Non sono state intraprese, ovviamente, indagini da parte di autorità o amministrazioni di alcun tipo per capire l’origine della notizia falsa e la fonte di eventuali finanziamenti destinati alla sua promozione sui social. Tuttavia è interessante chiedersi a questo punto come agirebbero le autorità nel caso evidente dell’esistenza di una cellula o addirittura di una struttura organizzata all’interno di una PA che lavori per fabbricare “fake news di stato”, col fine non di destabilizzare gli equilibri geopolitici delle potenze mondiali, ma con quello più “umile” di creare consenso attorno ad un prodotto: una spiaggia, un parco, un ecosistema turistico. In poche parole: cosa farebbe l’AGCOM (o chi per esso al livello comunitario) se si scoprisse che la Regione Puglia — è chiaramente un esempio — spende fior di quattrini per confezionare e diffondere notizie false sulle sue spiagge (che oltretutto non hanno affatto bisogno di fake news ad hoc)? O al contrario, siccome prevenire è meglio che curare, perché non pensare di istituire protocolli\strutture della PA che si occupino di debunkare fandonie costruite da terzi (se ne è parlato qui)?
  2. Negli ultimi 2 anni ci sono stati dei notevoli passi avanti nella definizione univoca del fenomeno della disinformazione online. Tuttavia, può risultare secondo me problematico continuare ad includere nelle linee guida per l’identificazione di contenuti disinformativi lo scopo di lucro: ci sono infatti tante categorie di post “disinformativi” che non rispettano questo requisito. Pensiamo ovviamente ai post creati con l’intento di destabilizzare l’ecosistema o il dibattito politico, quelli pubblicati da utenti “normali” che finiscono poi per divenire inaspettatamente virali o tutta quella zona grigia che va dalla pubblicità occulta (peraltro già regolamentata dalle autorità) ai video cospirazionisti semi amatoriali.

Ben vengano i contributi, come quello presentato all’evento, realizzati al livello europeo. Ben venga la collaborazione fra esperti dei vari paesi così come fra le autorità dei vari stati europei. Tuttavia, se il prossimo passo dovesse essere davvero un tentativo di regolazione a livello sovranazionale del fenomeno, bisognerebbe però tener conto delle differenze che sussistono fra gli stati nell‘interpretazione di diritti fondamentali, come la libertà di stampa e il diritto a essere informati correttamente. La balcanizzazione di Facebook, costretta a rivedere negli anni le sue policy sulle rimozioni a seconda dei paesi in cui opera, ci ha insegnato che sbagliamo a dare per scontato che non esistano importanti differenze fra le culture dei diversi paesi quando bisogna decidere cosa può rimanere su una piattaforma e cosa no. Non è escluso che Francia e Italia possano dissentire nel definire univocamente cosa è una notizia falsa o che non trovino una quadra nel momento in cui bisogna dire a Twitter come comportarsi davanti ad un bot russo. A maggior ragione bisognerà quindi vigilare sull’oscillazione del “sentiment di uno stato” riguardo temi del genere, soprattutto durante momenti chiave come l’insediamento di governi populisti e che hanno in passato dimostrato di non disdegnare tecniche di propaganda basate sulla disinformazione.