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Laureati: troppi o troppo pochi?

Nel dibattito sui media nostrani si fa presto a passare da un luogo comune a un altro. E a volte capita anche che si passi da un luogo comune al suo esatto opposto, come per quanto riguarda il numero dei laureati. Sono troppi o troppo pochi?
Mettiamola così: le facoltà di Giurisprudenza o Scienze Politiche scoppiano, soprattutto nelle aule dei primi anni, tantissimi dopo il Liceo si scoprono aspiranti educatori di comunità, e i test d’ingresso a Medicina vengono organizzati in mega complessi che solitamente ospitano fiere ed eventi sportivi. Dinanzi alle annuali battaglie pro o contro il numero chiuso e alla reale difficoltà per molti neolaureati ad entrare nel mercato del lavoro non è poi tanto difficile credere a una vulgata comune: troppi ragazzi si iscrivono alle università, andando a creare un surplus di forza lavoro qualificata con poche prospettive e soprattutto ancor meno soldi, una classe disagiata che Raffaele Alberto Ventura ha ben raccontato nel suo fortunato saggio (la Teoria della Classe Disagiata — qui una recensione).
Ma questo “surplus di laureati” è da attribuirsi davvero ad un’eccedenza nelle iscrizioni alle università? Quanto incide invece la scelta della facoltà? E soprattutto: ma è vero che abbiamo un surplus di laureati?
Anche se può essere condivisibile — e dopo vedremo perché — l’appello di Panebianco sul Corriere di ieri (troppi giuristi — pochi fisici, troppi comunicatori — pochi informatici), è importante notare che il nostro Paese, cioè un’economia avanzata che si sta affacciando alla rivoluzione dell’automazione e sta attraversando la frontiera demografica dell’invecchiamento, ha un disperato bisogno di forza lavoro qualificata e iper-qualificata. Vediamo perché:
Press enter or click to view image in full sizeNel grafico, possiamo vedere il numero totale di laureati all’anno per i paesi OCSE (fonte: Eurostat). Ogni anno l’Italia non solo sforna un milione di laureati in meno rispetto alla Germania, che vista, però, la differenza di popolazione tra i due paesi può non dirci molto, ma soprattutto 400mila in meno rispetto alla Francia, che rappresenta invece un paragone più realistico e vicino per un paese come il nostro.
Sempre da questa tabella si nota come non soltanto in Italia ci siano meno laureati rispetto agli altri paesi con i quali ha senso fare un confronto, ma che questi laureati hanno anche titoli più bassi rispetto agli altri, soprattutto per quanto riguarda i dottorati. Un dato che può essere almeno parzialmente spiegato dal fatto che nell’anno 2014–2015, ad esempio, “soltanto” il 57,8% degli studenti raggiungeva la laurea, mentre ben il 38,7% abbandonava il ciclo di studi prima del conseguimento (Rapporto ANVUR 2016). I tassi di abbandono più bassi si registravano nei corsi a ciclo unico (soprattutto Farmacia e Medicina), con una percentuale di abbandono intorno al 6‐7%, mentre più propensi all’abbandono erano gli studenti provenienti dagli istituti professionali (il 44–48% di loro lasciava dopo la triennale). Oltre agli alti tassi di abbandono che richiamano l’eterno dibattito sui test d’ingresso all’università, lo scarso numero di dottorati è legato anche alla poca spesa pubblica nell’educazione universitaria del governo italiano (altro tema ancestrale, per un ripasso, vi proponiamo un altro grafico di Eurostat).
Allargando lo sguardo dal singolo anno accademico e guardando le percentuali sulla popolazione totale - per vedere la fotografia a lungo termine -la situazione peggiora ancora poiché l’Italia registra dati sovrapponibili addirittura a quelli di economie in via di sviluppo come la Romania, con dieci punti in meno rispetto alla Germania e più di venti dal Regno Unito (fonte Eurostat):
Se l’osservazione “abbiamo troppi pochi laureati” sembra essere incontrovertibile, nonostante gli sforzi di Panebianco, si può invece discutere e concordare sulla seconda parte del suo ragionamento legato al numero di laureati in materia umanistiche rispetto ai laureati in materie scientifiche. Rispetto agli altri paesi, infatti, sono i laureati in materie scientifiche a mancare (indispensabili alla seconda economia manifatturiera europea che si appresta ad entrare nell’era dell’industria 4.0). Soltanto nel triennio 2016–2018, secondo l’Osservatorio delle Competenze Digitali 2017, si potrebbero creare 85.000 nuovi posti di lavoro che richiedono specializzazione in ICT, a fronte di un’occupazione complessiva che potrebbe salire da qui al 2018 del 3,5% annuo e raggiungere le 624.000 unità.
La stessa conclusione a cui giunge anche Eurostat in un’altra statistica sui laureati scientifici del 2015, non particolarmente lusinghiera per l’Italia:Press enter or click to view image in full sizeNel grafico, molto meno del 20% dei laureati maschi proviene da facoltà scientifiche rispetto al 28–30% di Germania, Francia e all’oltre 30% della Spagna. Nonostante la statistica mostri la differenza di genere negli studi scientifici — che, almeno, in Italia è limitata — è utile anche per confrontare i paesi.
Per una volta la percezione tirata in ballo da Panebianco sembra essere corretta, e ci tocca, quindi, difendere (in questo caso parzialmente) i luoghi comuni e tutti gli altri fenomeni che vorremmo combattere con questo blog, i pregiudizi, i bias, i “sentito dire” e le euristiche. Forse di più sballato e distorto della percezione comune c’è solo la bussola che guida la torre di avorio di parte dell’accademia italiana.