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Media e calo demografico: ma è davvero un dramma?

di Lorenzo Castellani
In questi giorni tutti i principali quotidiani hanno riportato il rapporto Istat incentrato sulla demografia in Italia. Figli in decrescita negli ultimi dieci anni rileva l’istituto di statistica. Un dramma, a detta di opinionisti ed esperti. Tutti schierati incondizionatamente a favore dell’idea mussoliniana — il numero è potenza — della necessità di tornare ad una forte crescita demografica che, alle attuali condizioni, non può che essere realizzata dagli immigrati.
Press enter or click to view image in full sizeInfatti, seppure la ripresa economica pare migliorare lievemente il livello delle nascite così come i bonus a favore della famiglia, queste misure producono effetti troppo blandi per invertire la curva demografica. Ma è davvero un dogma quello di una crescita demografica continua?

In un mondo sempre più robotizzato ed improntato, come modello economico, alla crescita della produttività, quindi ad un minore impiego di manodopera, questo assunto pare vacillare. Ha davvero senso, per un Paese come l’Italia, accogliere centinaia di migliaia di migranti privi di qualsiasi qualificazione con l’idea che questi “paghino le pensioni” e rendano sostenibile il nostro sistema economico? Il rischio è di estendere ulteriormente la platea dei disoccupati e di mantenere i salari a ribasso, come notava già qualche anno fa l’economista Geminello Alvi.
Inoltre, l’Italia è già uno dei paesi più densamente popolati d’Europa. In alcune regioni come Lazio, Lombardia e Campania questa densità raggiunge i picchi più elevati del continente. La densità elevata ha dei costi: edilizi, ambientali ed economici. La gestione di aree ad alta densità demografica presenta una complessità elevata, a cui non sempre gli Stati riescono a far fronte.
Certo, la crescita della demografia è importante se si vuole mantenere immutata la struttura del bilancio pubblico italiano con 340 miliardi su 840 che vengono spese in prestazioni sociali. In percentuale, il più elevato livello di assistenza in Europa. Con le pensioni che occupano un volume economico del 16% in rapporto al PIL. Ma quanto si può andare avanti sommando tutte queste condizioni senza incorrere in un’altra crisi?
Il nodo pensionistico, e della sua pluralizzazione attraverso i privati, andrà affrontato così come quello della formazione permanente sul lavoro e della riqualificazione dei disoccupati. Che farlo con la demografia in crescita, nel modo con cui si è determinata fino ad oggi, sia più facile è tutto da verificare.