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Embraco e le multinazionali che (non) se ne vanno

Su Repubblica di ieri veniva presentato il conto preoccupante delle aziende straniere che hanno deciso di spostarsi dall’Italia per stabilire la produzione altrove. Sono circa 270, secondo il quotidiano, i gruppi multinazionali che hanno delocalizzato negli ultimi dieci anni gli stabilimenti, perlopiù nell’est dell’Europa, agevolati sia dal basso costo del lavoro che da alcune tipologie di incentivi fiscali.
Il tema è drammatico, e delocalizzazione nel linguaggio della realtà significa soprattutto perdita di posti di lavoro. E i temi difficili sono anche quelli più soggetti a distorsioni e manipolazioni nel momento in cui devono essere raccontati.
Ad esempio, quando qualche settimana fa Italo fu acquisita dagli americani, si gridò per giorni allo scandalo per l’ennesimo caso di svendita del patrimonio industriale italiano (abbiamo poi visto che in realtà non è proprio così). Nel caso di Embraco oggi il problema è invece la preoccupante e crescente deindustrializzazione del paese: le multinazionali vanno via invece di arrivare, è dato per certo che oramai nessuno vuole più investire in Italia.
La strategie che i giornali (ma anche i politici) utilizzano per far per far filare determinate narrazioni si basano quasi sempre sul framing — letteralmente “la cornice” piazzata intorno al mero fatto o numero — e sulla scelta nell’ordine con cui presentare i dati (una sorta di effetto alone). In realtà, il più delle volte l’utilizzo di queste strategie aiuta semplicemente a rendere più “interessante” un articolo e (immaginiamo) che dietro non vi sia alcuna macchinazione o complotto ai danni degli ignari lettori.
È questo probabilmente il caso di Repubblica: “Embraco & Co. le multinazionali che se ne vanno”, titolava ieri il giornale. Con tanto di sottotitolo “Sono circa 270 le imprese straniere che negli ultimi dieci anni hanno deciso di lasciare l’Italia”. La cornice (frame) è chiaramente impostata: siamo di fronte a un preoccupante fenomeno di deindustrializzazione.Press enter or click to view image in full sizeNella prima colonna viene infatti ripetuto il dato delle 270 imprese straniere che hanno lasciato l’Italia, i 497 operai di Embraco e i quasi altrettanti di Honeywell. L’ordine con cui vengono presentati i dati cerca poi di sfruttare l’effetto alone, che rafforza la cornice utilizzata.
Eppure, nella seconda metà dell’articolo è lo stesso giornalista che ci ricorda come (i) tra il 2003 il 2009 i disinvestimenti erano superiori, circa 100 l’anno addirittura (!), mentre adesso il dato è di 270 in dieci anni (2007–2017, immaginiamo, pur non essendo citato). Ma sopratutto, (ii) che in realtà il saldo tra investimenti e disinvestimenti è ampiamente positivo in tutti i suoi punti salienti, come si può chiaramente leggere qualche riga più sotto.
Insomma, Repubblica si smentisce da sola? Non proprio. Piuttosto, a seconda che lo si legga dall’inizio o dalla fine, l’articolo sembra veicolare un messaggio diverso. Nell’era degli snippet, dove spesso sono più le condivisioni delle visualizzazioni, quello del framing è quindi tanto un espediente funzionale al click-baiting quanto una possibile fonte di confusione per il lettore.