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Italo e il (falso) mito dell’Italia svenduta agli stranieri

 Italo-Ntv diventa americana. I soci dell’azienda di trasporti (soprattutto treni ad alta velocità, e da qualche tempo anche autobus di linea) hanno accettato all’unanimità l’offerta da 2 miliardi di euro presentata dal fondo statunitense Global Infrastructure Partners (Gip).
Un altro pezzo del nostro paese svenduto agli stranieri? Per qualcuno sì, e questo commento su Il Giornale non è certo il primo nel suo genere. Lo spauracchio dell’acquirente straniero pronto a fare incetta di infrastrutture e logistica chiave nel nostro paese circola, sotto forma di fake news già ampiamente debunkata , da almeno un anno.
Bufale.net ne scriveva a proposito così, già lo scorso aprile: Appelli al Made in Italy strumentali alla viralità e vaghe accuse verso il nemico popolare di turno, dagli arabi ad uno “Yellow Peril” che ormai somiglia negli occhi dei viralizzatori sempre di più a personaggi oscuri e fantastici come i cattivi orientali dei serial pulp e fantascientifici del secolo passato
Un topos orrorifico, quello della svendita colossale, che spesso e volentieri valica i confini delle chat Whatsapp dei 40enni su Facebook e si fa commento più o meno autorevole (qui, qui e già qui).
D’altronde, se gli stessi Padoan e Calenda hanno provato in tutti i modi, il giorno prima dell’operazione, a convincere gli investitori a ripensarci, appare chiaro che le paure (come quello manifestato dalla Meloni) non sono del tutto infondate.
Già ma quali paure? E perché? Esiste concretamente il rischio che l’Italia venga svenduta pezzo pezzo allo straniero? è plausibile che interi settori vengano assorbiti da holding cinesi o americane nel giro di qualche anno? Il made in Italy è destinato a scomparire?
Non proprio. Il perché ce lo spiegano benissimo e in maniera dettagliata Oscar Giannino e Alessandro Guerani sul Sole 24 Ore, ma ve lo sintetizziamo benissimo anche noi: nel sistema capitalistico globale quasi nessuna grande azienda, solitamente quotata, ha una sua nazionalità pura.
E la verità è che, in un regime di scambio continuo e di apertura, della nazionalità dei capitali di una compagnia ormai piuttosto affermata, come Italo, non dovrebbe neanche importarci molto, a meno che non danneggino la qualità del lavoro e la qualità del servizio.
E se vogliamo proprio dirla tutta, anche a noi italiani, quando abbiamo qualità e best practice (e fidatevi, ne abbiamo tante, in più di un settore) giochiamo all’attacco. Pensate a quando la Kinder, con l’aiuto di Unilever, pensò di riempire i francesi dei nostri gelati, notoriamente più buoni (anche quando sono confezionati), e vi darete una risposta.