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Se il fact checking ignora la politica

Quando il fact checking in politica non funziona

Ed anche in questa campagna elettorale, forse più del solito, sta emergendo il macro-tema della credibilità (o meno) dei programmi di governo delle forze politiche in campo.
Da un lato, la proliferazione dei servizi di fact checking rappresenta un passo in avanti per il dibattito pubblico italiano, da sempre allergico a realismo e cifre. Dall’altro, invece, questi riscontrano spesso una serie di problematiche: a) vengono utilizzati per attaccare quel partito o quella coalizione che proprio non piace più che per ristabilire la verità dei fatti; b) si configurano come mere analisi contabili, statiche, che possono funzionare bene nel valutare l’offerta di un’impresa o di un amministratore (delegato o di condominio, non importa), ma che hanno molto meno senso e utilità laddove finiscono per ignorare completamente tutti i dati politici che quei numeri (e nessuno vuole negare che molti di quei numeri siano vaneggiamenti) nascondono.
Oltre queste storture, per fortuna, ci sono anche tutta una serie di economisti che, a ragione, si preoccupano ancora per l’esplosione della spesa pubblica implicita, l’unica promessa ripetutamente negli slogan di praticamente tutti i partiti. Questa settimana, ad esempio, su Repubblica, il Professor Perotti ha “fatto i conti” su alcuni programmi politici (qui e qui). Le somme di Perotti, così come tutte le altre che girano già da qualche tempo, contribuiscono a creare un ancoraggio numerico che suona grosso modo così: all’aumentare di x (il “costo delle proposte da campagna elettorale) diminuisce la credibilità politica del partito y. E, ovviamente, per far sì che l’ancoraggio “funzioni”, la x deve risultare ingombrante e spaventosa. Quindi, lunedì, Perotti ci racconta che il programma del PD ci costerebbe 56 miliardi di euro all’anno, martedì che il M5S ce ne costerebbe 63. Domani verrà infine analizzato il programma del centrodestra. Per dare un’idea: la legge di bilancio 2018 (giustamente criticata per essere stata troppo larga in molti punti) è costata ben 22 miliardi; quindi, se ci va bene, ogni anno dovremmo sopportare il peso di 2 finanziarie e mezzo. Dove andremo a finire, signora mia — se sono questi i più responsabili?
Tuttavia, ci terremmo a ricordare un paio di dati per provare a leggere meglio l’arida algebra di un grande economista italiano come Perotti. L’esercizio del professore parte dal presupposto che la prossima forza di governo a) implementi il 100% del proprio programma nel primo anno di governo, e — forse in maniera ancora più subdola, b) computa qualsiasi proposito politico come spesa già vidimata dalla Ragioneria generale dello stato italiano. Ad esempio: dei €56 miliardi di spesa che Perotti assegna al PD, €18 sono legati al “ritorno a Maastricht” e alla creazione degli Eurobond promossi dal PD.
Davvero pensiamo che le democrazie funzionano meglio se i partiti consegnano bilanci preventivi invece di creare consenso?
Lasciando stare le stime in sé, è davvero utile andare a fare i conti su quelli che — visto come funziona l’UE, e la partita che si gioca a Bruxelles — sono ovviamente punti programmatici utili solamente a delimitare il campo della battaglia politica? O davvero qualche elettore può illudersi che il PD, nel primo anno di governo, riesca a convincere Germania, Francia etc. ad emettere questi fatidici Eurobond? La proposta del ritorno a Maastricht, poi, è ancora più complessa da valutare dal punto di vista finanziario, perché come inizialmente formulata sarebbe vincolata alla discesa del debito pubblico, ma non incartiamoci troppo. Davvero pensiamo che le democrazie occidentali possano funzionare meglio con partiti politici che invece di presentare programmi utili a dettare agenda e creare consenso e dibattito, consegnino bilanci preventivi da sottoporre ad agenzie di fact checking?

Tasso di conversione dei programmi politici

Come ricordava il 4 febbraio Maurizio Ferrara sul Corriere della Sera (riprendendo uno studio che vorremmo approfondire ma che purtroppo non viene citato dall’autore), negli ultimi 20 anni in Italia (diciamo pure durante la Seconda Repubblica) il 45% dei programmi elettorali è diventato realtà, mentre la media nei paesi europei presi in considerazione è poco più del 60%, con punte del 90% nel Regno Unito. I governi Prodi I e Berlusconi II (2001–2006) hanno superato il 50%. Oltre ai dati sui singoli paesi, lo studio citato riporta anche due osservazioni empiriche, che non saranno sfuggite neanche al deputato più distratto: (i) “i casi più virtuosi sono quelli in cui un partito conquista da solo la maggioranza assoluta” (ave, maggioritario!) e di conseguenza le coalizioni più sono eterogenee più hanno un tasso ridotto di conversione, per cui (ii) “nei governi sostenuti da più partiti conta molto la Presidenza del Consiglio”. Chi la controlla riesce a mantenere una quota più alta dei propri impegni.
In sostanza, un’analisi seria e ponderata dei programmi politici dovrebbe perciò fornire una lettura di un certo tipo — politica, appunto — per quelle proposte che sono alla base dell’alleanza di una coalizione e/o della constituency di un partito (ad esempio la flat tax per il centrodestra, o il reddito di cittadinanza per il M5S), e per quei propositi — come l’introduzione degli Eurobond o l’uscita unilaterale dall’Euro — che servono legittimamente ad altro, e cioè a dare, metaforicamente, una spinta, a creare un racconto, a stabilire una cosiddetta narrazione che risuoni il più possibile con l’elettorato. Chiariamoci: il lavoro di professori ed economisti nella verifica dei programmi è sicuramente un grande progresso, ma la valutazione di un punto politico non può prescindere, appunto, dalla politica stessa.